Santa Maria di Caravaggio

Per venire incontro alle necessità spirituali della popolazione del Ticinese, nel 1902, veniva edificata, tra gli orti della zona, una piccola chiesetta di legno e, l’8 settembre di quel’anno, veniva portato il simulacro della Vergine di Caravaggio.

Cominciò col tempo a maturare l’idea di una costruzione in muratura, nonostante le difficoltà finanziarie del tempo. Ma un avvenimento imprevisto mutò la situazione di ristagno: il 20 luglio 1909, un fulmine colpì l’angolo frontale sinistro dell’edificio in costruzione, raggiungendo la vecchia chiesetta e scatenando un violento incendio.

Si salvarono solo il tabernacolo, un quadro in bronzo, le statue della Beata Vergine e di Giannetta. Interpretando l’evento come una sollecitazione divina, ripresero i lavori e, il 30 ottobre dello stesso anno, venne benedetto il nuovo edificio.
Il 14 Agosto 1943, una bomba alleata distrusse l’abside con l’affresco del Cisterna, rappresentante l’incoronazione e la gloria di Maria, nonché il transetto, cioè la parte più artistica del santuario.
La chiesa è in stile lombardo-romanico, a croce romana, divisa in tre navate; le laterali, chiuse da volte in cotto, la principale, coperta da un soffitto in legno dipinto con travi a vista decorate.
Al culmine della navata centrale, s’innalza l’altare maggiore sopraelevato, cui si accede grazie a due scalinate: in mezzo ad esse, quella che porta alla sottostante cripta, dedicata alla Beata Vergine di Caravaggio.
Del primitivo presbiterio, resta la mensa, con l’artistico tabernacolo.
Tutta questa parte della chiesa è posta sotto una cupola ottagonale, dove è visibile un tondo raffigurante una Madonna Nera.
L’abside è affrescata con scene che rappresentano l’incoronazione della Vergine, tra i cori degli angeli.
Sulla sinistra, vi è una statua di Sant’Antonio da Padova; segue il Battistero, con un affresco di Gesù che riceve il battesimo nel Giordano.
Sulla destra, dopo un Crocifisso restaurato dalla Scuola del Beato Angelico, vi è l’altare di Santa Rita e San Francesco.
Ai lati dell’altare maggiore, si aprono due cappelle più grandi: a sinistra, la Cappella del Sacro Cuore, a destra, la cappella di San Giuseppe.
Percorrendo il transetto, si può ammirare il grande organo posto sopra quella che un tempo era la penitenzieria maschile.
La cripta, sotto l’altare maggiore, racchiude la statua della Madonna di Caravaggio e della veggente, la beata Giannetta.
Creando la sopraelevazione e abolendo le scale laterali, con la scalinata di discesa alla cripta, si realizzò un gioco di volte e campate; le scalee di entrata ed uscita furono ricoperte con granito rosa di Baveno, bianco di Montorfano, rosso di Svezia.
Ai lati d’ingresso alla cripta, due angeli ricordano che, attraverso maria, si arriva a Gesù, presentando una corona d’ulivo con le scritte Ad Jesum e Per Mariam.
Al centro della cripta, è racchiuso lo stemma della parrocchia, con una scritta che inneggia a colei che è “eletta al par del sole, terribile come un esercito schierato in campo, bella come la luna”.
Ma lo sguardo è subito attratto dalle statue della madonna e di Giannetta.
Lungo l’ambulacro che circonda il simulacro, sulle pareti, sono rappresentate figure bibliche attinenti alla storia di Maria : Elisabetta con Zaccaria, San Giovanni Battista, Sant’Anna e Gioacchino, San Giuseppe. Verso il fondo, piccoli bimbi sorreggono cerchi fiammanti, all’interno dei quali sono riportate le date di proclamazione dei dogmi riguardanti la Beata Vergine.

Santa Maria delle Grazie al Naviglio

E’chiesa fra le case. L’edificazione di questo grande tempio, su progetto di Cesare Nava, si realizzò in più riprese, tra il 1901 e il 1909.

Il campanile è alto 59 metri, mentre la cupola con lanterna è alta 40 metri ed insiste sul tiburio ottagonale.

Il tempio è preceduto da un piccolo sagrato che fa notare la necessità di un distacco dal mondo, per entrare nel colloquio con Dio.

Il mosaico del Battesimo di Gesù nel Giordano troneggia dietro il fonte battesimale, il quale è in marmo con copertura di rame.

È l’effigie miracolosa di Santa Maria delle Grazie che ha dato nome alla chiesa.

Nel Seicento, fu edificata qui la prima Chiesa, per meglio venerare la sacra immagine.

L’altare di Sant’Antonio rappresenta la storia e la devozione del popolo della Riva; fu eretto dalle varie confraternite.

Sant’Antonio è il patrono dei lavandai: alla sua destra, San Francesco d’Assisi abbraccia Gesù Crocifisso; a sinistra, vi è San Giovanni Nepomuceno, patrono dei barcaioli e dell’Oratorio della Riva.

Tale santo boemo morì martire nel 1330 per non aver voluto tradire la confessione della regina, come voleva il re suo marito.

Per questo, fu gettato dal Ponte Carlo, nella Moldava, a Praga.

La devozione ai santi patroni delle varie confraternite ormai scomparse, assieme alle professioni di riferimento, è testimoniata sugli stendardi processionali custoditi nelle porte vetrate poste sui fianchi dell’altare.

I due pulpiti bronzei di notevole pregio e valore sono stati realizzati in stile neogotico nel 1913.

Essi sovrastano elegantemente l’assemblea.

Il pulpito di sinistra è destinato alle letture dell’Antico Testamento; pertanto, vi sono rappresentate solo scene bibliche veterotestamentarie e le virtù cardinali, che regolano e governano il rapporto tra gli uomini: fortezza, Mosè e le tavole, giustizia, Mosè che consegna le tavole al popolo, prudenza.

Il pulpito di destra è destinato alla proclamazione del Verbo di Dio: fede, Gesù tra i dottori del tempio, speranza, Gesù che annuncia la buona novella, carità.

Il tiburio ottagonale, con la sua lanterna e i suoi decori in stile liberty, ha quattro piccoli angeli che richiamano la liturgia della lode dell’Agnello.

Quattro imponenti arcangeli sono collocati ai quattro angoli del tiburio: Michele, Gabriele, Uriele, Raffaele. Sul pavimento, proprio sotto alla lanterna che simboleggia Cristo, c’è una stella a otto punte in marmo bianco, simbolo della verginità di Maria.

Il presbiterio è adibito al culto e all’azione liturgica.

È il santuario della Chiesa.

Sui lati, spiccano due trifore neogotiche cieche, celate da drappeggi pittorici che rinviano alla Tenda del convegno di Mosè.

Nella rosa, si distingue il cerchio che ricorda l’ostia, in centro il tetragramma IHS di Cristo, i raggi di sole che ricordano la centralità dell’Eucarestia per il credente.

L’altare maggiore è in marmo bianco, a forma di tempio con decorazioni in neogotico fiorito.

In alto, domina la scena Dio, Padre e Creatore, che tiene in mano il mondo e con l’altra lo benedice.

Il timpano è il suo trono, ai lati sono accovacciati i quattro esseri viventi: l’aquila – Giovanni, il leone – Marco, il bue – Luca, l’angelo – Matteo. Nel transetto destro, vi è l’antico altare maggiore del Seicento.

Al centro, è posta la statua dell’Immacolata, rivestita col rame delle monetine da 5 e 10 centesimi raccolte da tutti i parrocchiani.

San Cristoforo al Naviglio

L’attuale chiesa di San Cristoforo è composta da due edifici adiacenti; quello a sinistra risale al 1250 e venne costruito nel periodo degli scavi del Naviglio Grande.

L’altro edificio, quello che sorge più vicino al Naviglio, fu costruito fra il 1398 e il 1405; eretto, per conto della cittadinanza, in occasione di una lunga carestia e in ringraziamento per la vittoria ottenuta da Gian Galeazzo Visconti sui francesi ad Alessandria nel 1391.

Il fronte della chiesa più antica è ornato da un ricco portale in cotto, con lunetta a rosone, da tracce di affreschi, da stemmi dei Visconti e della città di Milano.

Anche all’interno, vi sono elementi di notevole rilievo, come, ad esempio, le due arcate che collegano l’aula dell’antica chiesa all’altra.

La navata destra ha due campate con volte gotiche a crociera.

Sulla controfacciata, si trovano una Madonna fra santi e una Crocifissione dei primi del Quattrocento.

Sulla parete di sinistra, si trova un’altra Madonna fra santi, di scuola del Bergognone, mentre sull’abside sono visibili figure di santi cinquecenteschi.

La navata di sinistra è coperta da un soffitto ligneo, alle pareti vi sono resti di antichi affreschi.

San Barnaba in Gratosoglio

Il monastero di Gratosoglio, situato presso l’antica strada Milano-Pavia, fu fondato tra il 1107 ed il 1130 da un gruppo di monaci benedettini, appartenenti alla giovane osservanza vallombrosiana che, giunto in città, trovò l’appoggio di un gruppo di istituzioni e personaggi favorevoli al programma di riforma della Chiesa.

Avvenne così la fondazione della comunità e la costruzione del monastero, dedicato a San Barnaba apostolo, all’epoca ritenuto fondatore della Chiesa milanese.

Dal 1545, il monastero di Gratosoglio rimase abbandonato a se stesso.
Gli abati commendatari (cioè non più eletti dai monaci, ma nominati direttamente dal Papa), per assicurare l’officiatura della chiesa, fecero risiedere nell’ex-monastero sacerdoti secolari, seguiti dai carmelitani “calzati”.
Per comprendere adeguatamente l’edificio ed il progetto che lo ha generato, bisogna fare un rimando ai principi dell’attualità e del realismo, cioè del radicamento dello stile della nuova chiesa nel contesto dell’architettura locale, nella sensibilità spirituale contemporanea, nelle esigenze e nel gusto dell’uomo moderno, nell’impiego dei nuovi materiali, nel rifiuto della mimesi di stili passati.
Il progetto per San Barnaba parte dal desiderio di perseguire alcune caratteristiche proprie della chiesa moderna, come la praticità e utilità generalizzate, il senso di religiosità, il carattere simbolico della morfologia dell’edificio, che ha grandi dimensioni (55 metri di lunghezza, 23 metri di larghezza), con un impianto a croce latina con abside in corrispondenza del braccio longitudinale e volta a vela all’incrocio degli assi della croce. L’edificio può essere letto come una grande aula rettangolare, in cui i fedeli sono radunati in una sfera di visibilità che ha come fulcro l’altare e il presbiterio, nonostante la presenza di due navate laterali (separate da quella principale per mezzo di archi a tutto sesto), che possono essere considerate semplici corridoi di disimpegno.
La conformazione del presbiterio è di tipo extranavata, poiché realizzato “fuori dalla nave”e acquista una certa preminenza, dato il notevole salto di quota rispetto all’aula e per il colore scuro della pavimentazione marmorea.
Il raccordo laterale tra santuario e navatelle/transetti è realizzato mediante archi, così che la chiesa sembri circondata da archi di trionfo; la mensa è collocata a cavallo della linea di tangenza fra il fondo dell’edificio e l’abside.
Anche dal punto di vista formale, si vede una certa modernità.
Non solo lo scheletro strutturale è stato realizzato in cemento armato, con tamponamenti in mattoni, ma le travi a vista orizzontali sono connesse alla struttura portante verticale in luogo di volte ed archi, senza creare una partizione dell’aula in campate, col conseguente guadagno della continuità di superfici nelle pareti perimetrali.
All’interno, spicca la grande decorazione dell’arco trionfale che separa il santuario dall’abside e la decorazione del catino absidale stesso, opere del pittore Ernesto Bergagna, eseguite insieme a Pastori, Carugati e il nipote Francesco Zuliani, sempre in rappresentanza della Scuola Beato Angelico.
Questa decorazione della parte absidale risale al 1950 e vi si trovano raffigurati il Cristo Re, San Barnaba, Sant’Ambrogio e i 12 Seniori.
Al centro dell’abside, è rappresentato il Padreterno seduto su di un trono dorato, sorretto da quattro esseri, il primo simile ad un leone, il secondo ad un vitello, il terzo ad un uomo, il quarto ad un’aquila.
Intorno al trono, ci sono gli apostoli, ognuno su un seggio, e alcuni sono rappresentati coi simboli che li caratterizzano: Pietro, ad esempio, ha in mano delle chiavi e gli Evangelisti i rotoli dei loro Vangeli.
Al di sopra del trono, ci sono sette angeli, sorretti ciascuno da una nuvola e ognuno di loro tiene in mano una delle sette chiese d’oriente.
L’intera composizione è inquadrata da una greca policroma: lingue di fuoco, zampilli d’acqua, e nubi rosa. Un arcobaleno si staglia sul fondo di un cielo azzurro e stellato, mentre sulla superficie dell’arco di trionfo trovano spazio i cherubini dalle ali colorate, degli angeli oranti e, infine, nella fascia più bassa, le figure di Sant’Ambrogio e San Barnaba.

Santissimo Nome di Maria

L’attuale chiesa del SS Nome di Maria fu costruita tra il 1929 e il 1932, in concomitanza con l’edificazione dell’intera nuova struttura che avrebbe ospitato i Martinitt, l’istituzione pubblica milanese che si preoccupava di curare l’infanzia maschile in difficoltà o abbandonata, nata nella prima metà del XVI secolo, ad opera di San Gerolamo Emiliani, nel centro di Milano.

La casa di accoglienza poteva usare, inoltre, una piccola cappella nelle vicinanze, dedicata a San Martino: da qui il nome Martinitt, piccoli Martini.

Peraltro, la sistemazione nel cuore di Milano divenne sempre più angusta: fu necessario, a tal proposito, identificare un luogo di trasferimento degli ospiti e dei servizi.
La località prescelta offriva ampi spazi, poiché al lato nord della chiesa era stato edificato un teatro ed a sud una chiesa, collegati agli altri edifici da porticati.
La chiesa fu inaugurata nel 1932, alla presenza di Benito Mussolini e poi consacrata nel 1939 dal Cardinal Schuster, mutuando l’antica dedicazione a San Martino, con associata quella a San Gerolamo Emiliani.
La chiesa si presenta ancora assai luminosa, col suo altare posto verso il sorgere del sole.
In essa, una volta trovavano posto gli ospiti dell’istituto, sino allo svuotamento dello stesso per diminuzione della popolazione orfana di Milano.