Nato nel 1874 (o 1875) e figlio di Camillo, appartiene alla ben nota famiglia di cultori della parlata, delle tradizioni e delle leggende ambrosiane.
Il fratello di Corradino, Otto (1859-1929), fu pure scrittore di chiara fama, popolarissimo, indimenticabile per le sue gustose e profonde rievocazioni di Storia Milanese pubblicate con uno stile tutto proprio nei più importanti giornali milanesi e nelle numerose “Strenne” edite dall’Istituto dei Rachitici.


 

Corradino, già funzionario della Cassa Nazionale Malattie, ha studiato musica al Conservatorio Donizetti di Bergamo col prof. Marinelli, ha viaggiato molto, ha tentato il commercio rinunciandovi presto, fu al fianco di Alessandro Ravizza e di Augusto Osimo all’Umanitaria, e volontario negli Alpini nel 1917.
Dal Padre, maestro-amico indimenticabile, come lo chiama Otto nella ispirata dedica fattagli della sua Milano Vecchia”, il Nostro ha ereditata la passione per la poesia e per il teatro.
Come poeta, Corradino si è affermato col suo “Zoppin Zoppetta”, del quale sono state fatte due edizioni, esaurite.
L.M. Capelli, nel primo volume dei “Libri della Famiglia Meneghina”, così ne ha scritto: “Zoppin Zoppetta” è il saltellare qua e là, come fanno i ragazzi per giocare, su di una gamba sola, quasi che l’autore alla bell’e meglio, nei ritagli di tempo, salti a capriccio dove lo portano i ricordi, i sentimenti, gli affetti.
Sono poesie agili, colorite, che si leggono con diletto e piacere, tutte d’un fiato, e che ci riportano alle buone consuetudini, alla correttezza di espressione, al gusto dell’autentica poesia milanese, e per il contenuto ci fanno ritornare col pensiero agli anni nostri più belli, alle abitudini, ai gusti, alle nostre care tradizioni caratteristiche, e inducono ora al pianto, ora al sorriso.
L’arte in esse non è mai grossolanità o faciloneria, ma grazia arguta, malinconia, gioia di ricordi, suggestione di cose amate, impressioni profondamente sentite e sinceramente espresse, or tristi or liete, or caustiche or gioiose, sempre illuminate da sentimenti sani e vigotosi, e da fresca colorita umana sincerità.
Qualche volta anzi il poeta, sensibile ad ogni bellezza, si compiace di cesellare con sottile lavorio le immagini che sono scaturite vive dalla sua mente, e allora specialmente riesce a dare alle parole del nostro dialetto, che sembrano aspre e dure, una soavissima, gradevolissima armonia che costituisce uno dei pregi migliori di lui”.
Al “Zoppin Zoppetta” ha fatto seguito “L’Universitaa de Milan” della quale Innocenzo Cappa ha scritto: “Versi di buona lega, di fresca vena, pieni di entusiasmo patriottico e paesano, pieni di affetto per la gaia gioventù goliardica che la nuova città degli Studi fa Milanesi” e inoltre “El San Michee de la Cà Granda” rievocazione poetica e storica del nostro Ospedale Maggiore, che si preparava al prossimo suo trasferimento a Niguarda.
Per il teatro ha scritto:
“Se tutt’i passer conossèssen el mej”,
“EI pacch e la cordetta”,
“Dò tosann e quatter ciaccer”,
“Dal mercantell”, “De novell tuscoss è bell”,
“Guggitt e remissèj” e “Tutt’i pures gh’hann la toss”.

Alcune poesie del Cima passarono quasi in proverbio. Morì a Milano.

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