E’ la chiesa che i milanesi vollero donare a Papa Paolo VI, che, con tanto impegno, si era prodigato per la nascita di nuovi santuari nella diocesi ambrosiana.

Nel primo anniversario della sua elezione al pontificato, il 21 Giugno 1964, Montini benediceva la prima pietra (con marmo di Candoglia, come per il Duomo) di quella che, fin dalla dedicazione, sarebbe stata la chiesa che avrebbe poi celebrato i suoi nomi, l’antico e il nuovo: Giovanni e Paolo.
La chiesa, uno dei vertici dell’architettura sacra dell’epoca contemporanea, si presenta a pianta libera, senza schemi forzati.
Luigi Figini e Gino Pollini, i due architetti autori del progetto, concepirono l’edificio profondamente legato alla più tipica tradizione lombarda, a cominciare dall’uso dei materiali.
Ciononostante, essa esce decisamente dagli angusti confini di un’architettura caratterizzata da sole reminiscenze locali.
Appare, fin dall’esterno, ricca di valori plastici ed emotivi, determinanti un’articolazione non priva di carica drammatica, soprattutto per il senso di verticalità che l’edificio assume e per la corposità da bastioni di età medievale che rivestono i muri perimetrali, usati come un mezzo di chiusura totale.
Singolare l’esonartece, lo spazio immediatamente prospiciente l’ingresso, sovrastato da larghi tegoloni in calcestruzzo di carattere protettivo, che qui gode di un’incantata luminosità diffusa.
Uno spazio sacro che invita alla preparazione ed al raccoglimento, che accompagna i fedeli nel loro ritorno al mondo dopo tutte le celebrazioni o le preghiere.
Il fulcro dello spazio interno è costituito dall’altare, enorme massa di marmo di Verona sbozzato, posto al centro di un vasto presbiterio quadrato, che gode della massima concentrazione di luce, essendo situato in corrispondenza esatta del tiburio, quindi sotto il lucernario principale.
Tutto lo spazio interno suscita, del resto, forte suggestione; la luce, che filtra solo dagli alti lucernari, accresce la dimensione spirituale dello spazio.
Le superfici interne, trattate con intonaco rustico bianco, danno contrasti di notevole efficacia con lo scuro soffitto, al punto che tutto l’insieme viene ad assumere un tono di pacatezza e serenità, di raccolta intimità. Figini e Pollini hanno voluto creare un luogo sacro diverso da quelli che , in quegli anni, apparivano impersonali, bizzarri, poveri di significato.
E così hanno puntato decisi verso una consapevole e meditata frantumazione degli spazi e delle simmetrie.
La chiesa dei Santi Giovanni e Paolo resta un sacro tempio di grande suggestione, in cui anche le ombre paiono avere voce, gli spazi una misura ed una successione meditata, una armonia equilibrata e leggera, resa autentica ed evidente in ogni suo particolare.
Davvero è questo il miglior tributo che la comunità dei fedeli di Milano poteva offrire, in concreto, alla memoria del suo amato pastore, l’Arcivescovo Giovan Battista Montini (che, come Ambrogio, costruì chiese).

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